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Si chiama “proPSA’”o “phi-PSA” il nuovo test capace di stabilire, attraverso un semplice prelievo del sangue, il rischio di carcinoma della prostata. L’esame, effettuato dall’Istituto Polidiagnostico Santa Chiara, possiede un alto grado di attendibilità, molto superiore a quello del PSA la cui alterazione può dipendere non soltanto da una neoplasia della prostata ma anche da altri fattori, quali un ingrossamento o una infiammazione dell’organo. Un traguardo importante se si considera che il tumore della prostata rappresenta fra la popolazione maschile la neoplasia più frequente, con 36 mila nuovi casi solo nel 2012. Una incidenza tuttavia in crescita: si stima che nel 2020 si supereranno le 43 mila diagnosi, con punte di oltre 50 mila nel 2050.

Il nuovo test è capace di stabilire, attraverso un semplice prelievo del sangue, il rischio di carcinoma della prostata. Alto il grado di attendibilità, molto superiore a quello del PSA la cui alterazione può dipendere non soltanto da una neoplasia della prostata ma anche da altri fattori, quali un ingrossamento o una infiammazione dell’organo. «Affiancando al PSA totale e libero il nuovo marcatore proPSA, il cui valore viene impiegato all’interno di una equazione chiamata PHI (indice di salute prostatica) si riesce a definire con migliore specificità il carcinoma prostatico e a identificare con più accuratezza i casi che necessitano realmente di una biospia». Questo significa limitare il numero di accertamenti  invasivi inutili (in quanto negativi),  oggi corrispondenti al 60-70% di tutte le indagini istopatologiche eseguite sulla prostata,  ma anche ridurre le sovra-diagnosi e i sovra-trattamenti in pazienti con malattia non destinata  a una progressione. Il tutto a vantaggio del paziente, non più sottoposto a un disagio ingiustificato e a possibili complicanze legate all’esame

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